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Arriva il Bonarda Superiore

Arriva il Bonarda Superiore

Mirella Vilardi

Una ventata di euforico ottimismo ha percorso, nelle scorse settimane, il comparto vitivinicolo dell’Oltrepò Pavese.
La firma sulle modifiche dei disciplinari di produzione, apposta della maggioranza dei soci del Consorzio, ha di fatto aperto una nuova stagione di condivisa chiarezza, relegando, la confusione, la litigiosità, i campanilismi, proverbiali, in soffitta o letteralmente alla stregua di luoghi comuni.

 
 
Hanno firmato per la riduzione delle rese e le restrizioni a favore di una Doc di maggiore qualità anche le grandi cantine, quali Terre d’Oltrepò e Torrevilla, testimonianza di una diffusa volontà di cambiamento, in meglio. Diverse le novità che riguardano più di una tipologia di vino, dal Malvasia che perde la Doc e diventa Igt, al Pinot Nero e Buttafuoco che potranno essere imbottigliati solo nella provincia di Pavia, al Bonarda, vino simbolo, carta d’identità di queste terre. E su questo vogliamo soffermarci perché, diciamolo, se il Pinot Nero è da oltre 150 anni nobile principe, bizzarro, capriccioso, quanto affascinante e ambito, regina d’Oltrepò è la Croatina, ancestrale e ruspante, capace come nessun’altra di marchiare il territorio, di adeguarsi alle pur minime differenze pedoclimatiche ed essere tante quante sono le colline che la ospitano, in Oltrepò, da tempo immemorabile. La Croatina, con il suo caratteristico grappolo alato che in alcune zone si presenta senz’ali e più piccolo, è stata croce e delizia di questo mondo vinicolo. Generosa nella produzione in vigna, si è prestata all’operazione “damigiana” che, se da un lato ha creato il benessere dei vignaioli fino agli anni ’80, si è trasformata in vergogna, etichetta difficile a debellarsi, nell’ultimo trentennio, quando gli sforzi di molti, rivolti alla qualità in bottiglia, non venivano riconosciuti.

La Croatina generosa, mutevole, pur’essa volitiva si è fatta da sola, vivace per casualità, perché coltivata in una zona dal clima continentale, dove la fermentazione veniva interrotta da inverni precoci e ripresa con l’alzarsi delle temperature a primavera. Una rifermentazione poco prevedibile dal vignaiolo eppure così apprezzata, tanto da essere riproposta con le moderne tecnologie in vasche d’acciaio e diventare il vino bandiera del territorio.
Croce e delizia, si diceva. Delizia per le qualità organolettiche di un’uva/vino che si presta a molte interpretazioni e croce per lo stesso motivo: Bonarda poteva essere frizzante o ferma e in entrambe le versioni essere diversissima da produttore a produttore o all’interno della stessa azienda. Vivace con un residuo zuccherino altalenante, ferma giovane, invecchiata con o senza passaggi in legno. Insomma, il pregio della duttilità trasformato in difetto, sinonimo di caotico zibaldone. A questo aspetto il nuovo disciplinare, attualmente ancora al vaglio ministeriale, ha posto la parola fine, consentendo la doc Bonarda Oltrepò Pavese solo alla tipologia “frizzante” (a discrezione dell’azienda può ancora essere apostrofata col termine più elegante “vivace”) in due versioni: “Bonarda dell’Oltrepò Pavese” vino frizzante, “Bonarda dell’Oltrepò Pavese” superiore vino frizzante. Il “superiore” si distingue per il titolo alcolometrico volumico effettivo che sarà di 12,50% vol rispetto agli 11% vol, per l’estratto residuo secco di 26,00 g/l rispetto ai 20,00 g/l. Caratteristiche disciplinate che, di fatto, non cambiano i metodi di produzione di molte aziende già produttrici della non riconosciuta versione superiore (Monsupello, Ca’ di Frara, Cantine Montagna, per citarne alcune). Sparisce il Bonarda fermo che, ottenuto da Croatina, confluirà nel generico e già esistente Rosso Oltrepò. Sarà inevitabile che si apra il dibattito, a questo proposito. Pensiamo, ad esempio, ad una zona, quella della storica Rovescala, ad esimi produttori, quali F.lli Agnes (ricordiamo che nel 2016 ottennero i tre bicchieri sulla guida del Gambero Rosso proprio con il Bonarda), Bisi, e i molti altri che, in quella zona, culla riconosciuta della Croatina da tempi lontanissimi, ne creano vini sublimi, valore aggiunto per tutto l’Oltrepò Pavese.

Ora, se una semplificazione era necessaria, attesa e osannata, è anche vero che, forse, rispolverare il progetto “Rovescala Doc” da attribuire alla Croatina ferma prodotta con la “Pignola Gentile di Rovescala” presente solo lì, che si differenzia dalla Croatina diffusa in tutto l’Oltrepò per gli acini più piccoli, è operazione dovuta.
Se n’era parlato già dodici anni fa, con la nascita dell’allora “Associazione Il Bonarda Storico di Rovescala”, lanciamo il sasso nello stagno perché si ritorni a parlarne, perché un prodotto d’eccellenza, fortemente identitario non venga sminuito con una denominazione generica, perché le differenze, se sono motivate dalla storia, non creano confusione ma rappresentano ricchezza culturale. Bonarda Superiore è una bella novità, che dà valore a chi sa e vuole fare meglio. Il suo controcanto potrebbe essere, appunto, il Rovescala. Fermo, audace, dal nome musicale ed evocativo.

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